Una cassetta di olive pesa più o meno dodici chili e mezzo. Quanto olio ne esce? Mezzo bicchiere? Un litro? Due? La risposta, per chi non ha mai messo piede in un frantoio, è quasi sempre sbagliata per difetto.

Quanto olio c’è davvero in una cassetta di olive?

La taggiasca: piccola, scura, preziosa

La taggiasca prende il nome da Taggia, borgo dell’entroterra di Sanremo. È la cultivar simbolo della Riviera di Ponente. Una cultivar è una varietà coltivata di una pianta, selezionata dall’uomo per caratteristiche precise: qui, il sapore delicato e l’abbondanza di olio.

È un’oliva di dimensioni medio-piccole, che passa dal verde al violaceo fino al nero durante la maturazione. Si presta sia alla tavola, in salamoia, sia al frantoio. La stessa varietà è coltivata anche oltre confine, in Costa Azzurra, dove prende il nome di Cailletier ed è alla base delle olive di Nizza.

L’olio che se ne ricava è il classico fruttato leggero ligure: morbido, rotondo, con note di mandorla e di erba fresca, poco amaro e poco piccante. Un olio che accompagna i piatti senza coprirli.

Non è una pianta facile, però. La taggiasca è molto sensibile alla mosca dell’olivo, l’insetto che depone le uova nel frutto e ne rovina la polpa. E soffre di alternanza produttiva: dopo un’annata abbondante, spesso ne arriva una più scarsa, come se l’albero avesse bisogno di riprendere fiato.

Dalla pianta al frantoio: sbattitura, raccolta e chitarra

In Liguria gli ulivi crescono sulle fasce, i terrazzamenti in pietra a secco strappati alla collina. Qui i grandi macchinari non arrivano. Gran parte del lavoro si fa ancora a mano.

La sbattitura. Sotto gli alberi si stendono le reti. Poi si scuotono i rami, con lunghe canne o con piccoli abbacchiatori a pettine, finché le olive cadono. È il momento più faticoso: braccia alzate per ore, rami da raggiungere uno a uno.

Le olive taggiasche, dalla pianta al raccolto

La raccolta. Le reti vengono sollevate e ripiegate verso il centro, facendo scivolare le olive in un unico punto. Da lì finiscono nelle cassette.

La chitarra. Con le olive, nelle reti cadono anche foglie, rametti e qualche sassolino. Per separarli si usa la chitarra: un piano inclinato fatto di aste metalliche o di legno parallele, come corde dello strumento da cui prende il nome. Le olive rotolano verso il basso, mentre foglie e rametti cadono sotto. Uno strumento semplicissimo, che fa risparmiare ore di cernita a mano.

Poi c’è una regola d’oro: portare le olive al frantoio il prima possibile. Un’oliva staccata dalla pianta inizia subito a degradarsi. Più si aspetta, più l’olio perde profumo e aumenta la sua acidità, cioè la quantità di acidi grassi liberi che si formano quando il frutto si rovina, anche se non è lunica causa che riduce la qualità del prodotto finale. Perché un olio sia extravergine, l’acidità non deve superare lo 0,8%.

Ieri e oggi: la frangitura tra macine di pietra e ciclo continuo

La frangitura è il cuore del lavoro in frantoio: le olive vengono schiacciate, nocciolo compreso, fino a diventare una pasta. Da lì, poi, si separa l’olio. Lo scopo è rimasto lo stesso per secoli. Il modo, invece, è cambiato molto.

le olive taggiasche raccolte, pronte per il frantoio

Il metodo antico. Le olive finivano sotto grandi macine di pietra (molazze), mosse un tempo da animali o dalla forza dell’acqua. La pasta ottenuta veniva stesa sui fiscoli, dischi di fibra intrecciata che in Liguria si chiamano spurtin. Impilati uno sull’altro, i fiscoli andavano sotto il torchio, poi sotto la pressa idraulica. Ne usciva un liquido torbido, mescolato all’acqua di vegetazione. L’olio, più leggero, saliva in superficie per affioramento e veniva raccolto a mano. Infine riposava in contenitori dove si depositava la morchia, il fondo torbido fatto di residui di polpa.

Il metodo attuale. Oggi la maggior parte dei frantoi lavora a ciclo continuo. Le olive vengono prima lavate e defogliate. Poi un frangitore metallico, a martelli o a dischi, le riduce in pasta in pochi istanti. Segue la gramolatura: la pasta viene rimescolata lentamente in vasche chiuse, perché le minuscole goccioline d’olio si uniscano in gocce più grandi. Infine il decanter, una centrifuga orizzontale, separa l’olio dall’acqua e dalla sansa sfruttando la loro diversa densità.

Cosa cambia davvero. Il metodo antico ha un fascino innegabile, ma i fiscoli sono difficili da pulire e la pasta resta a lungo a contatto con l’aria. Questo favorisce l’ossidazione, cioè la reazione con l’ossigeno che fa invecchiare l’olio più in fretta. Il ciclo continuo è più veloce, più igienico e permette di controllare la temperatura in ogni fase. La dicitura “estratto a freddo”, per legge, indica proprio un olio ottenuto sotto i 27 °C. Temperature contenute proteggono i polifenoli, le sostanze antiossidanti che danno all’olio il suo leggero amaro e il pizzicore in gola, e che lo rendono così prezioso per la salute.

In Liguria i due mondi convivono ancora: accanto a impianti moderni, alcuni frantoi continuano a usare le macine in pietra, soprattutto per piccoli lotti.

La quarta e la resa: cosa significano 2,66 litri

Chi porta le olive al frantoio, in Liguria, non parla quasi mai di chili. Parla di quarte. La quarta è un’antica unità di misura locale e corrisponde a circa 12,5 kg di olive. Otto quarte fanno un quintale. È una misura comoda, nata quando le olive si contavano a sacchi e cassette, e sopravvissuta fino a oggi nelle chiacchiere davanti al frantoio.

Con la quarta si misura anche la resa, cioè la quantità di olio ottenuta da una certa quantità di olive. È il numero che ogni olivicoltore aspetta con ansia, e che dipende da tanti fattori: la varietà, l’annata, il grado di maturazione, la pioggia delle settimane prima della raccolta.

La mia resa è stata di 2,66 litri per quarta. Proviamo a tradurla:

  • per quintale: 2,66 litri × 8 quarte = circa 21,3 litri di olio ogni 100 kg di olive;
  • in peso: un litro d’olio pesa circa 0,916 kg, quindi 2,66 litri sono circa 2,44 kg. Su 12,5 kg di olive fa una resa di circa il 19,5%.

Per dare un’idea: la media italiana si aggira intorno al 13%, mentre la provincia di Imperia, grazie proprio alla taggiasca, è da anni tra le zone con le rese più alte del Paese, vicine al 19%. Una buona annata, insomma. E una bella soddisfazione dopo il lavoro fatto.

Chiusura

Dalle olive finalmente l'olio

C’è qualcosa di speciale nel vedere scendere l’olio nuovo dal separatore: verde, torbido, profumatissimo. In quel filo dorato ci sono le fasce, le reti stese all’alba, le braccia indolenzite e un’oliva che i liguri coltivano da secoli. Le macchine sono cambiate, le pietre hanno lasciato il posto all’acciaio. Ma la sostanza è la stessa: rispetto per il frutto, rapidità, cura e … amore.

A volte, per capire il valore di un litro d’olio, basta portare al frantoio una sola quarta di olive raccolte con le proprie mani.

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2 risposte a “Olio Extravergine di Taggiasca: dall’Ulivo al Frantoio”

  1. Avatar Angelo Bonanno
    Angelo Bonanno

    Molto esaustivo ed interessante! Le stelle volevano essere 5 non 3 come erroneamente digitato. Grazie!

    1. Avatar christianrigardo

      Grazie mille Angelo!!!

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