Oggi, 4 agosto, sono 206 anni dalla nascita di Pellegrino Artusi a Forlimpopoli. Il nome non ti dirà granché, ma il suo libro potrebbe aver attraversato anche la tua cucina, magari senza che tu lo sapessi. Nell’articolo di oggi ti racconto chi era davvero: un percorso di vita più movimentato di quanto ci si aspetti da un manuale di ricette, e un’eredità che arriva intatta fino a noi.

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Un uomo che non sapeva cucinare, ma ha unito l’Italia a tavola

Pellegrino Artusi

Il paradosso è proprio questo: l’uomo che ha “codificato” la cucina nazionale, in cucina non ci metteva quasi mai le mani.

Un’infanzia romagnola e un trauma che cambiò tutto

Artusi cresceva in una famiglia numerosa — tredici figli, di cui solo lui, tra i maschi, arrivò all’età adulta — figlio di un droghiere di Forlimpopoli. Gli studi furono irregolari, in gran parte da autodidatta, e i suoi anni giovanili si divisero tra il seminario di Bertinoro e gli ambienti studenteschi di Bologna, dove entrò in contatto anche con ambienti risorgimentali.

Lapide dedicata a Pellegrino Artusi

Poi, il 25 gennaio 1851, la vita di Artusi cambiò per sempre. La banda di briganti guidata da Stefano Pelloni, detto il Passatore — un bandito che negli anni ’50 dell’Ottocento seminava il terrore nelle campagne romagnole — assaltò Forlimpopoli. I briganti entrarono con l’inganno in casa Artusi, malmenarono Pellegrino e saccheggiarono l’abitazione; nella violenza dell’assalto fu coinvolta anche una sorella di Pellegrino. Fu un trauma che spinse la famiglia a lasciare la Romagna: nello stesso anno si trasferirono a Firenze, dove Artusi, poco più che trentenne, proseguì l’attività commerciale di famiglia vivendo con agiatezza.

Prima del successo: due libri che non funzionarono

Prima di diventare il nome che tutti conosciamo, Artusi tentò la strada della letteratura “pura” — senza fortuna. Scrisse una biografia di Ugo Foscolo e un volume di osservazioni sulle lettere di Giuseppe Giusti, pubblicati tra il 1878 e il 1881. Nessuno dei due gli portò fama né guadagno.

Eppure quei tentativi non furono tempo sprecato. Furono, come si potrebbe dire oggi, una vera palestra di scrittura: gli permisero di affinare uno stile che, anni dopo, avrebbe messo al servizio di un progetto molto diverso — e molto più fortunato.

La nascita de “La scienza in cucina”

Ed eccoci al cuore della storia. Artusi non cucinava: le ricette del suo libro nascevano in casa, provate e riprovate nella cucina fiorentina insieme ai suoi due domestici, Marietta Sabatini e Francesco Ruffilli, che le testavano e perfezionavano concretamente. Fu proprio Marietta, in un’intervista rilasciata nel 1932, a raccontare che per Artusi scrivere era soprattutto un divertimento, e che il libro nacque quasi per gioco.

Frontespizio de "La Scienza in cucina e l'Arte del mangiar bene"

Non fu però un gioco facile da pubblicare. Nel 1891 tutti gli editori a cui si rivolse rifiutarono il manoscritto, diffidenti verso un’opera di quel genere scritta da un non professionista. Artusi decise allora di pubblicarlo a proprie spese. Nella prima edizione dedicò a Marietta la ricetta del panettone, dicendo di averla imparata proprio da lei; un piccolo omaggio andò anche ai suoi due gatti di casa, tributo poi scomparso nelle edizioni successive.

Il successo lento ma inarrestabile di Pellegrino Artusi

Busto di Pellegrino Artusi

La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene partì con appena mille copie nel 1891. Poi qualcosa cambiò: le tirature raddoppiarono, triplicarono, fino ad arrivare a seimila copie per la quattordicesima edizione, nel 1910. Artusi curò personalmente quindici edizioni, dal 1891 fino alla morte, facendo crescere le ricette da 475 a 790. In totale, il libro ha conosciuto 111 edizioni e oltre un milione e mezzo di copie vendute — un numero enorme per l’Italia post-unitaria, dove buona parte della popolazione non sapeva nemmeno leggere.

Ma il vero valore dell’opera, secondo molti storici della lingua, non sta solo nelle ricette. Artusi scrisse esplicitamente di voler contribuire, dopo l’unità politica, a un’unità linguistica del Paese. Per farlo si affidò alla sua biblioteca fiorentina e a dizionari dell’epoca, scegliendo con cura ogni termine. Il critico Piero Camporesi lo definì il “Manzoni della lingua gastronomica italiana”, arrivando a sostenere che il libro avesse contribuito all’unità culturale del Paese più de I Promessi Sposi — perché, semplicemente, se non tutti leggono, tutti mangiano.

L’eredità di oggi: Casa Artusi e la Festa Artusiana

Artusi morì a Firenze nel 1911 e riposa nel cimitero di San Miniato al Monte. Nel testamento lasciò gran parte del suo patrimonio al Comune di Forlimpopoli per opere benefiche, mentre i diritti d’autore sul libro andarono a Marietta e Francesco, “perché mi hanno coadiuvato al buon esito di quel libro”. Da quella eredità nacque anche la Biblioteca Civica di Forlimpopoli, oggi a lui intitolata.

Dal 2007 la sua memoria vive concretamente a Casa Artusi, a Forlimpopoli: il primo centro in Italia interamente dedicato alla cucina domestica, che unisce biblioteca, ristorante, scuola di cucina e spazio eventi. Ogni anno, tra fine giugno e inizio luglio, la città ospita la Festa Artusiana, che nel 2026 ha raggiunto la trentesima edizione, dedicata al riconoscimento UNESCO della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

Artusi non era un cuoco, né uno scrittore nel senso classico del termine. Eppure, quasi per caso, ha lasciato all’Italia unita qualcosa che nessun politico è riuscito a dare da solo: una lingua e una cucina condivise, che ancora oggi si ritrovano — spesso senza saperlo — in ogni cucina italiana.


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