22 dicembre 2025 – Leinì (TO)


Spinto dalle lusinghe ascoltate da mio cugino Giorgio su una cioccolateria di Leinì – La Cioccolateria Ballesio -, decido di fare una terza tappa, fuori programma, in questa giornata rientrando al B&B dove alloggio. Dopo le esperienze contrastanti dei locali storici torinesi, non so bene cosa aspettarmi.

L’arrivo: un tuffo negli anni ’70

Arrivo davanti al negozietto di Ballesio e immediatamente mi accorgo che si presenta come un’attività degli anni ’70, se non ancora antecedente. Nessuna vetrina patinata, nessun arredo storico da museo. Ma già da fuori osservo che tutte le scaffalature visibili sono letteralmente tempestate di cioccolato: dalle tavolette alle praline.

Entro e mi “accoglie” il titolare che scopro essere anche l’artigiano Maitre Chocolatier. Indossa un paio di pantaloni e una maglietta bianca. Si presenta come una persona che, secondo me, bada più ai fatti che all’apparenza. Niente giacca e cravatta, niente etichetta formale. Solo mani da lavoro e sguardo diretto.

Il giandujotto fatto a mano: imperfezioni affascinanti

Chiedo di poter avere un giandujotto e un cremino classico. Il giandujotto è avvolto in una carta alluminata dorata stropicciata, leggermente più corto degli altri assaggiati ma, contemporaneamente, più robusto nella forma.

Incuriosito da questa peculiarità, chiedo spiegazioni al titolare. La risposta mi lascia senza parole: i suoi giandujotti sono fatti completamente a mano, dalla spatolatura alla formatura fino ancora all’incartamento. Ogni singolo pezzo. Un lavoro immenso.

Comprendo immediatamente il perché di queste “imperfezioni” che ora appaiono affascinanti ai miei occhi. Non sono difetti, sono la firma dell’artigianalità vera.

L’assaggio: finalmente l’emozione

Lo scarto con attenzione. Per prima cosa noto che un bordo del cioccolatino sfarina leggermente cedendo nella forma ma, a questo punto vista l’artigianalità totale, è normale. La consistenza è molto meno compatta di tutti gli altri giandujotti assaggiati in precedenza.

Lo addento per assaggiarne un pezzo, per lasciarlo sciogliere sulla lingua. Subito mi accorgo che offre meno resistenza al taglio. Si presenta vaporoso, quasi etéreo.

E poi succede.

In bocca sviluppa e sprigiona sensazioni dolci, complete e delicate.

È una novità rispetto a tutto ciò che ho assaggiato finora. È elegante ma contemporaneamente deciso, semplice ma al contempo complesso.

È eccezionale.

La persistenza in bocca è straordinaria, soprattutto quando appare la nocciola che lascia una lunga sensazione rotonda, avvolgente, che non vuole andarsene. Non è la persistenza veloce e superficiale di altri prodotti. Questa resta, si trasforma, continua a raccontarti qualcosa.

Il cremino: artigianalità che non standardizza

Provo ora il cremino, preso direttamente dalla vetrina. Osservo un’ottima stratificazione ma con l’anima centrale della crema alla nocciola leggermente più scura rispetto agli strati esterni. La vera artigianalità non standardizza stili e colori, questo è il mio pensiero. Ogni pezzo ha la sua personalità.

Addento anche questo e nuovamente si scioglie immediatamente in bocca, anche se questa volta la consistenza è canonica di un cremino tradizionale. Ma il sapore…

Un’altra delicata e contemporaneamente intensa esplosione di gusto persistente. Mi devo ripetere: è eccezionale.

La decisione: portarli a casa

Spinto da queste emozioni scoperte, decido immediatamente di procedere con l’acquisto di questi due prodotti così da poterli portare a casa e farli assaggiare anche ai miei genitori. Devono provare cosa significa il vero cioccolato artigianale.

Già da fuori dal negozio avevo notato una vastità di tavolette di cioccolato artigianale e decido di acquistare anche alcune di queste, pur senza assaggiarle. Sarà un’esperienza che farò in seguito, nelle giuste occasioni.

La scoperta: le Giacomette

Sotto le tavolette vedo anche una fila di pacchettini di cioccolatini dalla forma simile a quella dei giandujotti ma con un nome completamente differente: “Giacometta”.

Incuriosito, chiedo spiegazioni al titolare che me le fornisce con completezza e passione. Non racconto qui i dettagli perché, come per le tavolette, procederò all’assaggio in un’altra occasione, ma posso già dire che sono rimasto affascinato dalla storia e dalla lavorazione che mi ha descritto.

Il packaging: sostanza sopra apparenza

Il packaging, per tutti i prodotti, è molto basilare. Niente confezioni eleganti, niente scatole dorate con fiocchi, niente presentazioni da gioielleria. Carta semplice, incarto essenziale.

E nuovamente mi viene da pensare che qui la sostanza deve vincere sull’apparenza. E vince, eccome se vince.

Riflessioni finali

Questa sera concludo con un’osservazione che mi sembra doverosa: se la capitale piemontese del cioccolato è Torino, forse vale la pena spostarla di una quarantina di chilometri, a Leinì, nella Cioccolateria Ballesio perché qui puoi trovare emozioni cioccolatose intense.

In un negozietto degli anni ’70 gestito da un artigiano in maglietta bianca, ho trovato giandujotti che si sfaldano al tatto perché sono fatti a mano, uno per uno. Ho trovato persistenze che durano minuti. Ho trovato la nocciola che ti parla davvero.

E tutto questo con un packaging essenziale, senza fronzoli, dove la sostanza vince sull’apparenza.

Mio cugino Giorgio aveva ragione, più di quanto immaginassi!


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