Cinquant’anni dopo il tremore che spezzò la pietra ma non lo spirito, Gemona e il suo circondario offrono ancora i sapori di chi non si è mai arreso.
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ANVVF · 29° Raduno Nazionale · Gemona del Friuli
Gemona del Friuli · 6 maggio 1976 – 4/7 giugno 2026
Luogo: Gemona del Friuli, Udine · Raduno: 6–7 giugno 2026 · 50° Anniversario del Terremoto del Friuli
C’è un sapore che appartiene soltanto ai luoghi che hanno conosciuto la caduta e si sono rialzati. È il sapore del pane cotto con le mani ancora tremanti, del vino versato per chi non c’è più, del formaggio stagionato nel silenzio di una ricostruzione silenziosa e ostinata. È il sapore del Friuli.
Il 6 maggio 1976, alle 21:06, la terra si mosse. Gemona del Friuli — città medievale aggrappata alle prealpi carniche, custode di torri e campanili, di mercati e di fienili carichi di storia — si spezzò in novantotto secondi. Oltre novecento morti in città, quasi quattromila nella regione. Ma con la polvere ancora nell’aria, e le mani ancora sporche di macerie, la gente del Friuli cominciò a ricostruire.
Oggi, a cinquant’anni esatti da quella notte, Gemona accoglie il 29° Raduno Nazionale dell’ANVVF — l’Associazione Nazionale Vigili del Fuoco in Congedo — in un abbraccio che ha il peso della storia e la leggerezza della gratitudine. Molti dei pensionati che oggi sfilano per queste strade ci erano già stati: giovani pompieri arrivati da ogni angolo d’Italia nelle settimane e nei mesi successivi al sisma, a scavare, a puntellare, a portare speranza in divisa. Tornare qui, mezzo secolo dopo, non è solo un raduno. È un atto d’amore.
E non c’è modo più sincero di celebrare una terra che con i suoi sapori. Perché il cibo, in Friuli, non è mai stato decorazione: è documento. È memoria che nutre.
MEMORIA · 6 MAGGIO 1976
“Gemona non doveva morire. E non morì.”

I soccorritori arrivarono nella notte, dai capoluoghi del Friuli, poi da tutta Italia. I Vigili del Fuoco furono tra i primi: mani nude tra le pietre, lampade frontali nel buio, orecchie tese nel silenzio che seguiva ogni crollo. Lavorarono per settimane, poi per mesi. Dormirono in tende, mangiarono pane e conserve, bevvero l’acqua dei fiumi di montagna. E in quei bivacchi improvvisati, tra un turno e l’altro, qualcuno offrì loro un pezzo di formaggio, un bicchiere di vino, un piatto di polenta fumante. Era il Friuli che diceva grazie nell’unico modo che sapeva: con la tavola.
I Sapori di Gemona, una Terra Immortale
01 · Prosciutto di San Daniele DOP
A pochissimi chilometri da Gemona, San Daniele del Friuli custodisce uno dei tesori più preziosi d’Italia. Il suo prosciutto — nato dall’incontro tra le brezze fredde delle Alpi Carniche e l’aria umida dell’Adriatico che risale la pianura — è stagionato lentamente, con pazienza quasi meditativa. Rosa tenue, dolce, con quel profumo di campagna che non si dimentica. C’è qualcosa di profondamente giusto nel fatto che qui, in una terra che ha dovuto ricominciare dall’inizio, il prodotto più celebre sia frutto proprio di tempo e di attesa. Come la ricostruzione stessa.

02 · Formaggio Montasio DOP
Nato sugli alpeggi d’alta quota, il Montasio è il formaggio dell’anima friulana. Nella sua versione fresca è delicato e lattoso; mezzano, comincia ad acquistare carattere; stagionato, diventa compatto, piccante, con una pasta granulosa che si sfalda sotto il coltello. È da questo formaggio che nasce il frico — il piatto più identitario del Friuli: una ciambella dorata di formaggio fuso, croccante fuori e morbida dentro, con o senza patate. Un piatto povero, antico, che nelle settimane del terremoto fu simbolo di resistenza: si poteva cucinare su qualsiasi fuoco improvvisato, e scaldava corpo e spirito.
03 · Forma di Frant — Presidio Slow Food
Formaggio di recupero, di saggezza montanara: il Formadi Frant nasce sbriciolando insieme formaggi di diverse stagionature — i pezzi rimasti, quelli rotti, quelli che non si potevano vendere — e ricompattandoli con sale, pepe, latte e grappa. Il risultato è un formaggio grumoso, intenso, irregolare come la vita. Nessun pezzo uguale all’altro. È, forse, il simbolo culinario più adatto a questa ricorrenza: qualcosa di grande costruito mettendo insieme ciò che era rimasto.
04 · Polenta di Mais Cinquantino
Il mais Cinquantino — così chiamato perché matura in cinquanta giorni — è una varietà antichissima, coltivata in Carnia e nelle valli prealpine da secoli. Piccolo, giallo intenso, con una resa in farina profumata e granulosa, dà una polenta densa, quasi arancione, dal sapore pieno e selvatico. Nei giorni dopo il sisma del 1976, grandi paioli di polenta fumante vennero distribuiti tra le macerie. Era il cibo dell’emergenza, ma anche il cibo dell’identità: mangiare polenta sul suolo della propria casa distrutta significava dichiarare che si sarebbe rimasti.
05 · Brovada DOP
Le rape bianche messe a fermentare nelle vinacce di uva nera per quaranta, sessanta, anche novanta giorni: dalla lentezza nasce la Brovada, contorno invernale dalla consistenza fibrosa e dall’aroma acidulo e torbido, che scalda dall’interno. Si mangia tradizionalmente con il musetto — cotechino di suino — in un abbinamento che è pura poesia rustica. È il cibo del freddo e della resilienza, della cantina che conserva quando la terra non dà più.
06 · Vini delle Colline Friulane
Le colline a est e a ovest di Gemona producono bianchi di rara eleganza — il Friulano, con il suo finale mandorlato; la Ribolla Gialla, acida e luminosa come la luce di marzo; il Pinot Grigio ramato, ambrato, che nel Friuli diventa tutt’altra cosa che altrove. Tra i rossi, il Refosco dal Peduncolo Rosso esprime la personalità aspra e profonda di questa terra. Vini che hanno continuato a crescere nelle vigne mentre si ricostruivano le case: la vite, si sa, non aspetta.

07 · Gubana e Dolci di Festa
La Gubana è dolce di pazienza: pasta lievitata arrotolata a chiocciola attorno a un ripieno di noci, uvetta, canditi, pinoli e un generoso tocco di grappa. Si mangia nelle grandi occasioni — matrimoni, battesimi, Pasqua — e porta con sé il profumo di casa, di domenica, di famiglia riunita. Dopo il 1976, rifare la Gubana nella cucina di una casa appena ricostruita fu, per molte famiglie, il gesto simbolico del ritorno alla normalità.
08 · Trota dei Torrenti Prealpini
Le acque che scendono dalle Prealpi Carniche e Giulie attorno a Gemona — il Tagliamento, il Torre, il Fella e i loro mille affluenti — sono fredde, limpide, ossigenate: un habitat ideale per la trota fario selvatica e la trota iridea d’allevamento. La pesca alla trota è pratica radicatissima in queste valli, e il pesce è protagonista sulle tavole locali in mille varianti: al cartoccio con erbe aromatiche di montagna, in involtini avvolti nello speck affumicato, marinata all’aceto con cipolla e alloro, o semplicemente grigliata sul fuoco di legna. Ogni anno le sagre delle borgate di Gemona la celebrano con orgoglio: la trota è il prodotto delle acque vive, il segno che questa terra è ancora generosa e pulita.
09 · Grappa Friulana
La grappa, in Friuli, non è un digestivo. È un rito. Si beve prima, durante e dopo; si offre agli ospiti, si porta in dono, si versa nel caffè per fare il resentin — il “risciacquo” della tazzina, gesto di calore e complicità. Le distillerie artigianali dell’area producono grappe di straordinaria finezza, da vinacce di Ribolla, di Tocai, di Merlot. Nei giorni del terremoto, una bottiglia di grappa passava di mano in mano tra i soccorritori. Era un modo per dirsi: siamo ancora qui.
Il 29° Raduno a Gemona: tornare dove si era stati eroi






Per i pensionati dell’ANVVF che oggi marciano per le vie di Gemona, questa città ha un doppio volto: quello che ricordano — frantumato, polveroso, illuminato dai fari dei mezzi di soccorso — e quello che vedono ora: restaurato, vivo, fiero della sua rinascita. Cinquant’anni fa erano venuti a dare; oggi vengono a ricevere, in cambio, la prova che il loro lavoro aveva senso. Le pietre antiche della cattedrale, riassemblate pezzo per pezzo dopo il crollo, li guardano silenziose. I campanili tornati in piedi raccontano la stessa storia: che si può ricominciare. Che vale la pena farlo.
La scelta di Gemona per questo 29° Raduno non è casuale. È un atto di memoria collettiva, un modo dell’Associazione di onorare chi non c’è più — tra le vittime e tra i soccorritori — e di celebrare chi è sopravvissuto, chi ha ricostruito, chi ogni giorno abita ancora queste case di pietra riassemblata.
E dunque si mangi, si beva, si stia insieme. Che il prosciutto di San Daniele profumi le tavolate, che il frico sfrigoli nei tegami, che la polenta fumi nei piatti fondi. Che la Ribolla Gialla scintilli nei calici e la grappa scalda il petto nel tramonto delle Prealpi. Perché in Friuli la tavola è sempre stata anche altare: luogo dove si ricorda chi non c’è, si ringrazia chi è venuto, si celebra il fatto, semplice e miracoloso, di essere ancora vivi e insieme.
“La terra tremò,
ma le radici tennero.
Come sempre, qui in Friuli.”
Gemona del Friuli · 6–7 giugno 2026 · 50° Anniversario · 29° Raduno ANVVF
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